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di Giuliano Santangelo

Nel testo originale questo salmo porta nel titolo l'indicazione che si tratta di un Maschil, espressione che si può tradurre "Cantico didattico"; esso fa parte di un gruppo di 7 salmi (6, 32, 38, 51, 102, 130, 143) detti “Penitenziali” o “diravvedimento”. Davide racconta la sua esperienza personale (l’adulterio commesso con Batseba e il conseguente omicidio di Uria – 2Samuele 11 – 12:25) e la utilizza come base per dare delle istruzioni sul pentimento e la confessione. Egli ha peccato, ma per un lungo periodo di tempo si comporta come se non lo avesse fatto; successivamente però dovrà umiliarsi e ammettere il suo errore, chiedendo perdono al Signore.

L’esperienza di Davide ci mostra due atteggiamenti completamente opposti davanti al peccato commesso. Il primo è quello di

  1. Un uomo che decide di non pentirsi (vs. 3 e 4)

Questo è un uomo che “tace”, cioè non ammette di aver peccato. Molto frequentemente cerchiamo di soffocare la realtà del nostro peccato, quasi a voler anestetizzare la coscienza, come se nascondessimo la testa sotto la sabbia. Il vs. 3 ci mostra l’inutilità di questo atteggiamento e le sue conseguenze sia a livello spirituale che fisico: l’uomo che tace intorno al suo peccato è un uomo che ha continui rimorsi (vs. 3), che è tormentato dai sensi di colpa (vs. 4) e che diventa a poco a poco debole (vs. 4), sia spiritualmente che fisicamente.

Se ti ritrovi in questa descrizione, ricordati che questi sono i segni chiari di un rifiuto di voler confessare il tuo peccato, ma soprattutto i segni della riprensione diretta di Dio: Davide dice di sentire la mano di Dio che “pesa” su di lui e che gli ricorda giorno e notte il suo peccato, un tormento continuo che ha il santo scopo di portarlo al pentimento.

Il secondo atteggiamento che l’esperienza di Davide ci descrive è quello di

  1. Un uomo che decide di pentirsi (vs. 5)

A differenza dal precedente, questo è un uomo che “parla”. In questo versetto Davide descrive la progressione del suo pentimento.

Prima di tutto

La mano di Dio ha finalmente vinto il suo rifiuto e lo ha spinto a umiliarsi. Uno dei motivi per i quali spesso non ci pentiamo è perché siamo convinti di non aver peccato e ci intestardiamo a non volerlo ammettere, nonostante la Parola di Dio sia così chiara e nonostante sentiamo dentro di noi la voce di Dio e la sua mano che quasi ci schiacciano.

In secondo luogo Davide

Egli smette di tacere e di nascondere il suo peccato e decide di dire a Dio: “Ho peccato”. Questo suo atteggiamento ci dimostra che non basta riconoscere di aver peccato. Bisogna “parlare”, cioè dire a Dio “Ho peccato, ho sbagliato, ti ho offeso”.

Infine Davide

Non dice semplicemente “Signore ho peccato”, ma chiama per nome il suo peccato. Nel Salmo 51:14 egli specifica il peccato che ha commesso e dice “Liberami dal sangue versato”, riferendosi chiaramente all’omicidio di Uria, marito di Batseba, la donna con la quale aveva commesso adulterio. Non dobbiamo aver paura di chiamare per nome il nostro peccato, perché questo ci aiuta a umiliarci sul serio e a riconoscere che esso è una TRASGRESSIONE (vs. 5). Ogni volta che pecchiamo noi trasgrediamo un patto di fedeltà con Dio, lo stiamo tradendo… e Davide lo sapeva molto bene!

Davide impara dalla sua esperienza negativa, ma è come se questo non gli basta. Egli vuole anche metterci in guardia dal pericolo che si nasconde nel rifiuto di pentirsi e dice: “Non tacete, parlate. Umiliatevi davanti a Dio e confessate il vostro peccato” (vs. 6). Inoltre continua dicendo: “Non siate ribelli (vs. 9), come il cavallo e il mulo che hanno bisogno di essere costretti con la forza”. E qui c’è un chiaro riferimento alla sua esperienza: Dio ha dovuto mandargli il profeta Nathan per condurlo al pentimento, dopo almeno un anno da quando aveva commesso l’adulterio con Batseba e l’omicidio di Uria, quasi come se ormai il cuore di Davide era così incallito da non poter riuscire a pentirsi da solo!

Al termine di esperienza Davide arriva a delle chiare conclusioni.

  1. L’uomo che decide di pentirsi è beato (vs. 1, 2, 11).

La confessione e il pentimento portano gioia, perché ci danno la certezza del perdono di Dio. Il perdono di Dio non è una probabilità, ma una promessa! 1Giov. 1:9 “Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.”

  1. L’uomo che rifiuta di pentirsi subirà “molti dolori” (vs. 10)

Di solito il rifiuto di ammettere il proprio peccato porta un po’ alla volta ad allontanarsi da Dio e quando si vive lontani da Dio sono dolori! E’ triste vedere dei figli di Dio, che non hanno voluto riconoscere il proprio peccato, vivere nella povertà spirituale, nel continuo senso di colpa e nel rimorso, lontani da quella vita abbondante che Dio vorrebbe dargli.

  1. Dio non può benedire quando c’è peccato non confessato (vs. 7, 8)

I versetti 7 e 8 vengono inseriti nel contesto del pentimento e della confessione e devono essere interpretati in quel contesto. Dio non può darci la sua guida e la sua protezione se continuiamo a essere ribelli e a rifiutare di pentirci e confessare il peccato. Nel Salmo 66:18 è scritto “Se nel mio cuore avessi avuto di mira l’iniquità, il Signore non mi avrebbe ascoltato”, dunque Dio non può rispondere nemmeno alle nostre preghiere.

Ricordati di questo e, se c’è del peccato non confessato nella tua vita, smetti di tacere e apri la tua bocca per confessarlo.